◎ Sciamanesimo eurasiatico

Da dove viene la parola «sciamano»: una storia siberiana

La parola sciamano nasce da una lingua tunguso-manciù della Siberia, arriva in Europa tramite il russo e diventa una categoria universale, con dei limiti.

Oggi la parola sciamano si usa per indicare figure religiose di quasi ogni continente: guaritori amazzonici, medicine men delle praterie, specialisti rituali dell'Himalaya. Eppure la sua origine è precisa e circoscritta. Ripercorrerla aiuta a capire quanto un termine nato in un luogo preciso sia diventato, con il tempo, un'etichetta generale, utile ma anche fuorviante.

Una parola tunguso-manciù

Il termine viene dalle lingue tunguso-manciù della Siberia orientale, e in particolare dall'evenco (la lingua degli Evenchi, un tempo chiamati Tungusi), dove una forma come šaman indicava lo specialista rituale capace di entrare in rapporto con gli spiriti. Forme affini si trovano anche in altre lingue della stessa famiglia, come il manciù.

Sull'etimologia profonda della parola si discute da molto tempo. Alcuni studiosi l'hanno collegata a una radice verbale che significherebbe «sapere» o «conoscere»; altri hanno proposto un'origine indiana, legandola al sanscrito śramaṇa, l'asceta errante, attraverso la mediazione buddhista. Nessuna delle due ipotesi è dimostrata in modo definitivo, e un atteggiamento onesto consiste nel riconoscere che la questione resta aperta. Ciò che è certo è il punto di partenza geografico: la parola entra nella cultura europea dalla Siberia.

Il passaggio attraverso il russo

Nel XVII secolo la Russia estende il proprio controllo sulla Siberia. Cosacchi, funzionari, mercanti di pellicce ed esiliati entrano in contatto con popoli che gli europei non conoscevano quasi per nulla. Il termine tunguso entra nel russo e da lì comincia a circolare nelle relazioni di viaggio.

Una delle prime testimonianze letterarie in russo si trova nell'autobiografia dell'arciprete Avvakum, il celebre capo dei Vecchi Credenti, esiliato in Siberia a metà del Seicento. Avvakum racconta di uno sciamano consultato da un comandante russo per conoscere l'esito di una spedizione militare, e lo descrive con l'ostilità di un ecclesiastico che vede nel rito un'opera diabolica.

L'incisione di Witsen

Un momento decisivo è il 1692, quando il mercante e studioso olandese Nicolaes Witsen pubblica un'opera sulla Tartaria settentrionale e orientale. Tra le illustrazioni compare l'immagine di uno sciamano tunguso con un copricapo di corna, un tamburo e zampe al posto dei piedi, accompagnata da una didascalia che lo definisce un «prete del diavolo».

Quell'immagine, più volte riprodotta, ha fissato per secoli nell'immaginario europeo l'idea dello sciamano come figura strana, a metà tra uomo e animale. È un buon esempio di come lo sguardo esterno abbia modellato un intero concetto.

Dall'illuminismo all'antropologia

Nel Settecento i viaggiatori e gli scienziati al servizio dell'Impero russo, spesso di origine tedesca, descrivono con maggiore curiosità e minore condanna i riti siberiani. Il termine si diffonde in tedesco, francese e inglese. Nel corso dell'Ottocento e del Novecento gli etnografi lo applicano per analogia a figure di altri continenti.

In questo passaggio la parola cambia natura. Non indica più soltanto lo specialista degli Evenchi, ma una categoria comparativa: chiunque, in una società tradizionale, entri in uno stato di coscienza particolare per agire a favore della comunità in rapporto con il mondo degli spiriti.

Che cosa si guadagna e che cosa si perde

L'uso comparativo ha permesso di vedere somiglianze reali tra culture lontane: il tamburo, il viaggio in altri mondi, gli spiriti ausiliari, la vocazione vissuta come destino. Ma ha anche prodotto alcune distorsioni:

  • ha appiattito differenze profonde tra tradizioni che non hanno rapporti storici tra loro;
  • ha fatto dimenticare i nomi locali, che portano significati propri;
  • ha creato l'idea di una «religione sciamanica» unitaria che nessun popolo, in realtà, ha mai praticato in quanto tale.

Per questo molti antropologi preferiscono usare i termini indigeni quando parlano di un contesto preciso. Ogni popolo ha la sua parola per indicare queste figure, e il significato non coincide mai del tutto con quello delle altre.

I nomi locali

Qualche esempio aiuta a rendere concreta questa varietà. Presso i Sacha (Jacuti) si distingue tra ojuun, lo sciamano uomo, e udagan, la sciamana. In Mongolia si usa böö per l'uomo e udgan per la donna. Tra i popoli turchi dell'Altai e della Siberia meridionale ricorre il termine kam. Presso i Sami il nome è noaidi, mentre in Asia centrale si parla di baksy.

Ognuno di questi termini rimanda a un mondo diverso, con le sue divinità, i suoi strumenti e le sue regole. Parlare di «sciamani» al plurale, senza ulteriori precisazioni, è come parlare di «sacerdoti» senza dire di quale religione.

Un consiglio di lettura

Quando si incontra la parola sciamano in un libro o in un articolo, vale la pena domandarsi: di quale popolo si sta parlando? In quale epoca? Chi ha raccolto le informazioni, e con quale sguardo? Queste semplici domande, che lo Studio Esoterico Cornelio considera essenziali in ogni studio delle tradizioni, aiutano a distinguere la conoscenza dal fascino generico dell'esotico.

In sintesi

  • La parola sciamano viene dalle lingue tunguso-manciù della Siberia, in particolare dall'evenco.
  • L'etimologia profonda resta discussa; certa è invece la provenienza siberiana.
  • È entrata in Europa nel XVII secolo attraverso il russo, con testimonianze come quella di Avvakum e l'incisione di Witsen del 1692.
  • In seguito è diventata una categoria comparativa applicata a culture molto diverse.
  • Per rispetto e precisione conviene usare, quando possibile, i nomi locali.
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Studio Esoterico Cornelio

Lo Studio Esoterico Cornelio custodisce e studia la tradizione esoterica, guidato dal Maestro Cornelio. Questi testi nascono per far conoscere con serietà simboli, storia e pratiche della via interiore.

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