Tra le espressioni più antiche della cultura sami c'è il joik, un modo di cantare che non ha equivalenti esatti nelle tradizioni musicali europee. In sami settentrionale si chiama luohti, in altre lingue sami vuolle o vuelie. Chi lo ascolta per la prima volta sente una melodia breve, ripetuta, spesso con poche parole o nessuna. Chi lo pratica sa che dietro quella semplicità c'è un'idea profonda del rapporto tra il suono e ciò che esiste.
Joikare qualcuno
La formula che i Sami usano più spesso per spiegare il joik è questa: non si fa un joik su una persona, si joika la persona. Il canto non descrive, non racconta, non celebra dall'esterno. Rende presente.
Ogni persona può avere il proprio joik, ricevuto in dono da un familiare o da un amico, spesso nell'infanzia. Lo stesso vale per un animale, per un luogo, per una montagna, per un lago. Il joik di una persona ne cattura il carattere, il modo di muoversi, qualcosa di essenziale che le parole non riescono a dire.
Per questo il joik è stato definito un «ritratto sonoro». Ma la definizione è ancora riduttiva: per molti Sami il joik ha una dimensione relazionale, quasi una forma di memoria vivente. Quando si joika un defunto, lo si richiama nella comunità.
Una forma senza inizio né fine
Il joik tradizionale ha alcune caratteristiche ricorrenti:
- melodie brevi, basate su pochi intervalli, ripetute con piccole variazioni;
- uso frequente di sillabe senza significato lessicale accanto, o al posto, delle parole;
- assenza di una struttura narrativa con un inizio e una fine netti: si può entrare e uscire dal canto in qualunque punto;
- esecuzione tradizionalmente a voce sola, senza accompagnamento strumentale.
Quest'ultimo punto merita attenzione: il tamburo del noaidi e il joik sono spesso associati nell'immaginario moderno, ma nelle fonti antiche il joik di uso quotidiano era un canto a cappella, eseguito durante il lavoro, il viaggio, la sorveglianza delle renne.
Il joik e il noaidi
Le fonti dei secoli XVII e XVIII descrivono però anche un uso rituale del canto. Durante le sedute del noaidi i presenti cantavano per accompagnarlo nel viaggio e per richiamarlo quando il suo spirito era lontano. Il noaidi stesso cantava per entrare nello stato di trance e per rivolgersi agli spiriti.
Proprio questo legame con la religione tradizionale rese il joik sospetto agli occhi dei missionari. Per loro non era musica, ma uno strumento di comunicazione con potenze considerate demoniache.
La condanna
La pressione contro il joik non si esaurì con la fine dei processi ai noaidi. Nel XIX secolo si diffuse tra i Sami di Svezia, Norvegia e Finlandia il movimento laestadiano, un risveglio religioso luterano legato al predicatore Lars Levi Laestadius, che aveva egli stesso origini in parte sami. Il movimento ebbe un forte radicamento nelle comunità sami e, come altri ambienti religiosi del tempo, considerò il joik peccaminoso.
A questo si aggiunsero, nel Novecento, le politiche di assimilazione degli Stati nordici, che scoraggiavano lingua e cultura sami nelle scuole. In molte famiglie il joik divenne qualcosa di cui vergognarsi o da praticare di nascosto.
La rinascita
Dalla seconda metà del Novecento il joik ha conosciuto una rinascita importante, parallela alla crescita del movimento politico e culturale sami. Alcuni artisti hanno avuto un ruolo di primo piano:
- Nils-Aslak Valkeapää, poeta, artista e musicista, che portò il joik su palcoscenici internazionali e lo eseguì alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi invernali di Lillehammer del 1994;
- Mari Boine, cantante che ha unito il joik con il rock, il jazz e altre musiche del mondo.
Oggi il joik si ascolta nei festival, nei dischi, nelle scuole sami, ma continua anche a vivere nella sua forma più intima, in famiglia, quando si regala un joik a un bambino.
Che cosa ci insegna
Il joik illumina un tratto comune a molte tradizioni sciamaniche eurasiatiche: l'idea che la voce abbia un potere di presenza. Il canto non è ornamento; è un modo di entrare in relazione con le persone, con gli animali, con il paesaggio e con i morti. Chi studia le tradizioni dei popoli del Nord, come fa lo Studio Esoterico Cornelio, trova nel joik una delle chiavi più delicate per comprenderle.
In sintesi
- Il joik è il canto tradizionale dei Sami, chiamato luohti, vuolle o vuelie nelle diverse lingue.
- Non si canta «su» qualcuno: si joika la persona, il luogo o l'animale, rendendolo presente.
- Era usato anche nelle sedute del noaidi, e per questo fu condannato dai missionari.
- Nel XIX e XX secolo fu scoraggiato da movimenti religiosi e politiche di assimilazione.
- Oggi vive una rinascita, dalla famiglia ai grandi palcoscenici.