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Uluru e gli Anangu: storia e rispetto di un luogo sacro

Uluru visto dagli Anangu: i racconti Tjukurpa di Kuniya e Liru, la restituzione del 1985, la chiusura della salita nel 2019 e come visitarlo con rispetto.

Nel cuore del deserto australiano si alza un monolite di arenaria che cambia colore con la luce del giorno, dal grigio dell'alba al rosso intenso del tramonto. Per gli europei fu a lungo Ayers Rock, dal nome che l'esploratore William Gosse gli diede nel 1873 in onore di un politico dell'Australia Meridionale. Per i suoi custodi tradizionali, gli Anangu, è sempre stato Uluru: non un'attrazione naturale, ma un luogo vivo, attraversato dal Tjukurpa.

Chi sono gli Anangu

Con il nome Anangu si indicano i popoli aborigeni di questa parte del deserto occidentale, che parlano soprattutto pitjantjatjara e yankunytjatjara. Molti vivono nella comunità di Mutitjulu, ai piedi del monolite. Per loro Uluru e il vicino complesso di cupole di Kata Tjuta non sono separabili dalla legge ancestrale: ogni grotta, macchia, crepa e pozza della roccia racconta un episodio del Tjukurpa.

I racconti incisi nella roccia

Alcuni racconti sono condivisi pubblicamente dagli Anangu, proprio per aiutare i visitatori a capire. Tra questi:

  • Kuniya e Liru. Kuniya, una donna pitone, si scontra presso la pozza di Mutitjulu con Liru, un serpente velenoso che aveva ucciso suo nipote. I segni della lotta sono ancora visibili sulla parete: le ferite di Liru, le tracce di Kuniya, la sua danza di rabbia e di dolore.
  • Il popolo Mala. Gli antenati Mala, piccoli canguri lepre, si riunirono a Uluru per celebrare una cerimonia. Invitati altrove, rifiutarono, e da quel rifiuto nacque un essere malvagio che li attaccò. Il racconto spiega luoghi precisi della roccia e insegna l'importanza degli obblighi rituali.
  • Lungkata. Un uomo lucertola dalla lingua blu che si impossessa di un emù cacciato da altri e mente per tenerlo. La sua vicenda illustra le conseguenze dell'avidità e della menzogna.

Questi racconti hanno anche una dimensione riservata, che gli Anangu non condividono. Alcune zone della roccia sono legate a cerimonie maschili o femminili e non vanno né visitate né fotografate.

La restituzione del 1985

Nel corso del Novecento l'area divenne parco nazionale e meta turistica, mentre gli Anangu perdevano il controllo delle proprie terre. Dopo un lungo percorso di rivendicazione, il 26 ottobre 1985 il governo australiano restituì formalmente la proprietà del parco agli Anangu, che contestualmente lo concessero in locazione all'agenzia federale dei parchi per novantanove anni. Da allora il parco è gestito congiuntamente da un consiglio a maggioranza anangu e dall'amministrazione statale.

In seguito il parco è stato iscritto nella Lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO, prima per i suoi valori naturali e poi anche come paesaggio culturale, un riconoscimento che sottolinea l'unità tra la roccia e la cultura che la custodisce.

La salita e la sua chiusura

Per decenni migliaia di turisti salirono sulla cima di Uluru lungo un percorso attrezzato con una catena. Gli Anangu chiedevano da tempo di non farlo: il sentiero coincide con il cammino ancestrale degli uomini Mala ed è un luogo di grande importanza rituale. Inoltre la salita era pericolosa e diverse persone vi persero la vita, un fatto che per i custodi rappresentava anche un dolore e una responsabilità.

Il consiglio di gestione decise la chiusura definitiva, che avvenne il 26 ottobre 2019, nell'anniversario della restituzione. Per molti Anangu fu un momento di riconoscimento atteso a lungo.

Visitare Uluru con rispetto

Chi si reca oggi a Uluru può conoscere il luogo in modo profondo, seguendo alcune regole semplici che i custodi indicano con chiarezza:

  1. Percorrere i sentieri di base, che girano attorno alla roccia e passano accanto a pozze, grotte e pitture rupestri.
  2. Rispettare i cartelli che vietano di fotografare alcune zone: sono aree sensibili legate a cerimonie riservate.
  3. Ascoltare le spiegazioni nel centro culturale e, quando possibile, quelle delle guide anangu.
  4. Non prelevare sabbia o pietre: anche un piccolo frammento fa parte del paese e del Tjukurpa.

Una lezione sul sacro

La vicenda di Uluru insegna qualcosa che va oltre l'Australia. Un luogo può essere percepito come spettacolo naturale da alcuni e come santuario da altri. Rispettare la seconda prospettiva non toglie nulla alla bellezza del paesaggio: la rende anzi più ricca, perché la roccia smette di essere un oggetto e diventa un racconto. Lo Studio Esoterico Cornelio vede in questo uno dei significati più autentici della parola «sacro»: ciò che si avvicina con attenzione, misura e permesso.

In sintesi

  • Uluru è il nome anangu del monolite noto un tempo come Ayers Rock.
  • Ogni segno della roccia è legato ai racconti del Tjukurpa, come quello di Kuniya e Liru.
  • Il 26 ottobre 1985 la proprietà del parco fu restituita agli Anangu.
  • La salita, che segue un cammino ancestrale, è stata chiusa il 26 ottobre 2019.
  • Visitare con rispetto significa seguire i sentieri di base e le indicazioni dei custodi.
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Studio Esoterico Cornelio

Lo Studio Esoterico Cornelio custodisce e studia la tradizione esoterica, guidato dal Maestro Cornelio. Questi testi nascono per far conoscere con serietà simboli, storia e pratiche della via interiore.

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