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Tatau e tā moko: il significato del tatuaggio polinesiano

Il tatuaggio polinesiano: la parola tatau, il pe'a e il malu samoani, il tā moko māori inciso con lo scalpello, il tapu del rito e la rinascita.

La parola «tatuaggio» viene dalla Polinesia. Nel 1769, durante il primo viaggio di James Cook nel Pacifico, i resoconti della spedizione a Tahiti registrarono il termine locale tatau, che passò in inglese come tattow e poi tattoo, diffondendosi nelle lingue europee. Ma per i popoli che lo praticavano il tatau non era un ornamento qualsiasi: era un segno di identità, di rango, di genealogia, inscritto sulla pelle con un rito che coinvolgeva il sacro.

Una pratica antica e diffusa

Il tatuaggio era presente in quasi tutta la Polinesia, dalle Hawaii alla Nuova Zelanda, da Tonga e Samoa alle Marchesi e a Tahiti. Ogni arcipelago aveva stili, motivi, tecniche e regole proprie. Gli strumenti più comuni erano pettini sottili ricavati da osso o da denti, fissati a un manico e percossi con un piccolo bastone per far penetrare nella pelle un pigmento ottenuto dalla fuliggine di noci bruciate.

Il lavoro richiedeva molto tempo, una grande abilità e una notevole resistenza da parte di chi veniva tatuato. Il dolore faceva parte del significato: sopportarlo era una prova di coraggio e di maturità.

Samoa: il pe'a e il malu

A Samoa la tradizione del tatuaggio non si è mai interrotta, nonostante le pressioni dei missionari, ed è oggi una delle più vive del Pacifico.

  • Il pe'a è il tatuaggio maschile tradizionale: copre il corpo dalla vita fino alle ginocchia, con motivi così fitti da sembrare, da lontano, un indumento scuro. Il nome indica anche la volpe volante, un pipistrello della frutta, la cui forma alcuni riconoscono nel disegno.
  • Il malu è il tatuaggio femminile, più leggero, che orna soprattutto le cosce.

Il tatuatore, il tufuga ta tatau, è un maestro rispettato, che appartiene spesso a famiglie depositarie di quest'arte. Il processo può durare molti giorni ed è accompagnato da regole e da presenze familiari. Chi lo interrompe a metà, per paura o dolore, porta un segno di vergogna: il tatuaggio incompiuto.

Una leggenda samoana racconta che l'arte del tatuaggio fu portata dalle isole Figi da due sorelle gemelle, Taema e Tilafaiga, che nuotando verso Samoa cantavano una canzone sul tatuaggio.

Nuova Zelanda: il tā moko

Tra i Māori il tatuaggio aveva un nome e una tecnica particolari: il tā moko. Oltre agli strumenti a pettine, si usava un piccolo scalpello, l'uhi, che incideva solchi nella pelle, lasciando un rilievo visibile. Il moko più noto è quello del volto:

Tipo Chi lo porta Significato
moko facciale maschile uomini di rango genealogia, posizione, imprese
moko kauae donne disegno sul mento e sulle labbra, legato alla discendenza
moko del corpo uomini e donne cosce, glutei, altre parti

Il moko facciale era quasi una carta d'identità: chi sapeva leggerlo riconosceva la provenienza, la linea di discendenza, lo status della persona. Ogni volto era unico.

Il tapu del tatuaggio

Nelle culture polinesiane la testa era considerata la parte più sacra del corpo, carica di tapu. Tatuare il volto, versare sangue dalla testa, significava quindi entrare in una condizione di forte sacralità.

Durante il periodo del tatuaggio la persona era sottoposta a rigide restrizioni. Tra i Māori, per esempio, non poteva toccare il cibo con le mani: veniva nutrita attraverso un imbuto di legno intagliato, il kōrere, in modo che il cibo non entrasse in contatto con il volto ferito e sacro. Anche il tatuatore era una figura carica di tapu.

Divieti, oblio e rinascita

Con l'arrivo dei missionari cristiani nell'Ottocento il tatuaggio fu scoraggiato o proibito in molte isole. A Tahiti, alle Hawaii e nelle Marchesi la pratica si indebolì fortemente, in alcuni casi fino quasi a scomparire. Il tā moko facciale maschile divenne raro nel corso del secolo, mentre il moko kauae femminile resistette più a lungo.

Dalla fine del Novecento si è assistito a una forte rinascita. Artisti polinesiani hanno studiato fonti antiche, oggetti museali e disegni dei viaggiatori per recuperare motivi e significati. In Nuova Zelanda il tā moko è tornato visibile anche nella vita pubblica, come affermazione di identità e di continuità con gli antenati.

Un tatuaggio non è solo un disegno

La diffusione mondiale dei motivi «tribali» polinesiani ha portato con sé anche una questione delicata: l'uso di simboli sacri e genealogici come semplici decorazioni. Molti artisti polinesiani chiedono che chi desidera un tatuaggio ispirato a queste tradizioni ne conosca il senso e non si appropri di segni che appartengono a famiglie e comunità precise.

In sintesi

  • La parola «tatuaggio» deriva dal polinesiano tatau, registrato a Tahiti nel 1769.
  • A Samoa il pe'a maschile e il malu femminile sono una tradizione mai interrotta.
  • Il tā moko māori, inciso con lo scalpello uhi, esprime genealogia e status.
  • Il tatuaggio del volto era carico di tapu e accompagnato da rigide regole rituali.
  • Oggi il tatuaggio polinesiano vive una rinascita che chiede rispetto dei suoi significati.
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Studio Esoterico Cornelio

Lo Studio Esoterico Cornelio custodisce e studia la tradizione esoterica, guidato dal Maestro Cornelio. Questi testi nascono per far conoscere con serietà simboli, storia e pratiche della via interiore.

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