Chi visita le sale africane dei grandi musei etnografici europei incontra quasi sempre una figura che colpisce per la sua forza: una statua di legno, in piedi, dallo sguardo intenso, con il corpo irto di chiodi, lame e frammenti di ferro. È una nkisi nkondi, uno degli oggetti più noti dell'arte del Kongo. Per capirla, però, bisogna allontanarsi dall'idea di «idolo» e guardare a una concezione più ampia: quella dei minkisi.
Che cos'è un nkisi
La parola nkisi (plurale minkisi) indica, nella cultura kongo dell'Africa centrale, un contenitore in cui si trova una presenza spirituale capace di agire nel mondo. Un nkisi può assumere molte forme:
- una statua antropomorfa o zoomorfa;
- un sacchetto o un fagotto legato con corde;
- una conchiglia, una zucca, una pentola;
- un piccolo involto di stoffa.
La forma esterna non è l'elemento decisivo. Ciò che rende un oggetto un nkisi sono le sostanze che contiene, chiamate bilongo, e il rito con cui viene preparato e attivato. Le bilongo erano scelte con criteri simbolici: terra di tombe, argilla bianca, semi, frammenti vegetali, minerali. Molti di questi materiali venivano scelti per il loro nome, che in kikongo evocava, per assonanza, la qualità che il nkisi doveva avere.
Il nganga: lo specialista
La preparazione e l'uso dei minkisi spettavano al nganga (plurale banganga), lo specialista rituale. Il termine è difficile da tradurre: indica una persona dotata di sapere, che conosce i materiali, le parole e i gesti necessari per mettere in relazione la comunità con le forze invisibili. Il nganga non era un semplice artigiano: lo scultore poteva realizzare la figura di legno, ma era il nganga a renderla un nkisi.
Il nome sopravvive nella diaspora: a Cuba, nel Palo Monte, nganga indica il recipiente sacro stesso.
Le nkondi: i cacciatori
Tra i molti tipi di minkisi, le nkondi sono le più celebri. Il loro nome è generalmente collegato a un verbo che significa «cacciare»: la nkondi è il cacciatore che insegue chi ha violato un patto o commesso un torto. Erano oggetti potenti, temuti e rispettati, custoditi da un nganga e consultati in situazioni gravi.
Perché i chiodi
I chiodi e le lame non sono stati infissi tutti insieme dallo scultore. Venivano aggiunti uno alla volta, nel corso degli anni, ogni volta che la figura veniva chiamata in causa. Le funzioni documentate sono diverse:
- sigillare un giuramento, ad esempio quando due villaggi stringevano un accordo;
- risolvere una controversia, affidando alla nkondi il compito di colpire chi mentiva;
- attivare la forza della figura contro un male che minacciava la comunità.
Ogni chiodo era quindi la traccia di un evento, di un patto, di una parola data. Una nkondi molto carica di ferro raccontava una lunga storia di accordi e di conflitti. Si può dire che fosse una specie di archivio della comunità, scritto non con l'inchiostro ma con il metallo.
Lo specchio sul ventre
Molte figure kongo presentano sul ventre una cavità chiusa da uno specchio o da un frammento di vetro. Dietro lo specchio erano poste le bilongo. Lo specchio aveva più valori simbolici: proteggeva le sostanze, permetteva alla figura di «vedere» nel mondo invisibile e richiamava la superficie riflettente dell'acqua, che nel pensiero kongo separa il mondo dei vivi da quello dei morti.
Dal «feticcio» al museo
Gli europei che entrarono in contatto con queste pratiche le chiamarono con un termine portoghese, feitiço, da cui deriva la parola «feticcio». Il termine, nato da un'incomprensione, ebbe grande fortuna nel pensiero europeo, fino a entrare nel linguaggio della filosofia e della psicologia.
Molte nkondi giunte nei musei furono raccolte nel periodo coloniale, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, in circostanze spesso violente: sequestri da parte delle autorità, distruzioni promosse da alcuni missionari, scambi diseguali. Oggi la loro presenza nelle collezioni è al centro di un vivace dibattito sulla storia di questi oggetti e sul loro possibile ritorno.
Arte e pensiero
Nel Novecento le nkondi hanno affascinato gli artisti europei per la loro potenza espressiva. Ma vederle solo come sculture significa perderne il senso. Ogni figura era uno strumento di relazione: tra le persone, tra i villaggi, tra i vivi e i morti. Il suo valore non stava nella bellezza della forma, ma nella sua capacità di tenere insieme la comunità attraverso la memoria dei patti.
In sintesi
- Un nkisi è un contenitore di forza spirituale, attivato da sostanze dette bilongo e da un rito.
- Il nganga è lo specialista rituale che prepara e usa i minkisi.
- Le nkondi, «cacciatrici», servivano a sigillare giuramenti e a dirimere controversie.
- Ogni chiodo infisso ricorda un patto o un evento: la figura è un archivio di metallo.
- La parola «feticcio» nasce da un'incomprensione europea di queste pratiche.